Vino, alla riscoperta di un'arte

La produzione di vino siciliana è in forte crescita, e le nostre zone agricole da qualche tempo sono meta di diversi investitori che strizzano l'occhio a proprietari agricoli che, spesso stanchi e scoraggiati da un settore, quello della produzione vitivinicola, che ha attraversato anni bui, decidono di dismettere l'attività e di vendere le terre. Infatti alla fine degli anni ottanta, furono tantissime le piccole e medie aziende agricole che abbandonarono al loro destino la coltivazione della vite, preferendo optare per i contributi elargiti dalla Cee a coloro che estirpavano i vigneti rinunciando al diritto di reimpianto. Furono anni bui per l'economia pachinese, anni che segnarono il tramonto di un'epoca e di una storia, quella di Pachino, la cui economia era stata da sempre legata alla produzione di vino. I tralci delle viti lasciarono allora il posto alla plastica delle serre che a poco a poco ha coperto le zone circostanti la città. Da più parti si imputa il tramonto della produzione vinicola al fatto che le uve non venivano più trasformate in vino dagli agricoltori, ma vendute direttamente a commercianti che a Settembre facevano incetta di intere produzioni che usavano per "tagliare" vini di leggera gradazione prodotti altrove. Ciò portò a poco a poco alla scomparsa del vino di Pachino e rese l'economia sempre più legata ai prezzi imposti dai produttori esterni. Da qualche anno però si sta registrando fortunatamente una inversione di tendenza. Diversi sono infatti i produttori che hanno creduto in una ripresa ed una valorizzazione di un mercato spentosi troppo in fretta. Alla ripresa ha sicuramente contribuito la riscoperta e la valorizzazione del Nero d'Avola dal gusto inconfondibile, e da sempre prodotto nelle campagne del pachinese. Purtroppo però, così come viene evidenziato da numerosi imprenditori del settore, la dicitura Nero d'Avola non identifica la zona di produzione e dunque non tutela i prodotti locali e cioè l'originale vino, bensì il vitigno. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Spesso ci capita di vedere negli scaffali dei supermercati, Nero d'Avola in vendita a pochi euro, prodotto chissà dove e chissà da chi e soprattutto che non assomiglia neppure lontanamente al vino di Pachino.

A ciò è necessario porre rimedio. Per credere nella ripresa dei mercati bisogna investire non solo sul nome ormai generico di Nero d'Avola, ma differenziarne le qualità secondo le varie località, creare insomma un marchio che tuteli la zona di produzione non solo del territorio di Pachino. Sono già presenti a Pachino delle note aziende che, guidate da imprenditori illuminati, hanno cominciato ad investire nel territorio e stanno provvedendo a registrare i marchi con i nomi delle contrade di produzione, riportando sull'etichetta la zona di coltivazione del vigneto, l'età delle viti, la densità del vino. Ognuna di queste componenti costituisce infatti una caratteristica importante che differenzia e contraddistingue la qualità del vino che va sulle nostre tavole. Non deve sfuggire dunque che l'originale Nero d'Avola ha una collocazione ben precisa sul territorio che è quella siciliana e pachinese in particolare, ma occorre evidenziare anche le diverse zone di produzione che conferiscono al prodotto aromi e sapori particolari ed inconfondibili con sfumature diverse e che necessariamente dovrebbero essere tutelati e richiamati nell'etichetta. Inoltre spesso vengono preferiti i vitigni bianchi altamente produttivi a quelli rossi forse più delicati ma che offrono un prodotto che si rivolge ad un consumatore più attento. Riscoprire gli antichi profumi del mosto che ribolle nei palmenti sembra dunque essere la parola d'ordine di quanti, in gran parte produttori giovani, stanno riscoprendo un'arte, quella del vino, che correva il rischio di essere dimenticata tra filari di plastica delle coltivazioni in serra.

Salvatore Marziano
Fonte: LaSicilia.it il 28-04-2004 - Categoria: Economia

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