Nell'inquietante cimitero delle carrette del mare

Sotto il sole delle 11, la pietra bianca del molo, a Portopalo, ti costringe a chiudere gli occhi. A quest'ora il porto dorme: il lavoro si inizia a notte inoltrata, e solo pochi pescatori aggiustano le reti o riparano lievi danneggiamenti. Su un piccolo colle dietro il molo, il comandante della Guardia di Finanza ci indica, davanti al mercato ittico, un piccola gru. Carica la sabbia che, come un parassita, si insidia tra le rocce bianche, squadrate, del piccolo porto. Dietro, un capannone, vecchie barche in alaggio: il cimitero delle carrette del mare, un piccolo cantiere che, per conto dell'autorità giudiziaria, demolisce le navi sequestrate agli scafisti. Il paese è piccolo e, con non poca sorpresa, scopriamo che Salvatore Bulgaretti, responsabile della SNG Cantieristica, è nipote di Salvatore Lupo. Sta lì, Bulgaretti, a guardare impassibile il lavoro della gru, mentre risponde con straordinaria precisione ad ogni domanda sul suo lavoro. «Ognuna di queste barche ha forse meno del 30% di possibilità di concludere il suo viaggio. Il legno è marcio, mancano le pompe di sentina, i motori diesel non hanno la potenza sufficiente per trasportare un carico anche 2 o 3 volte superiore a quello consentito. Per ogni arrivo, non ho dubbi, immaginate 2 affondamenti. Solo quest'anno abbiamo demolito 7 barche, ma ne sono arrivate 14. Aspettiamo solo l'autorizzazione della magistratura per procedere alla demolizione». Ci indica una barca verde poco distante, lunga meno di 10 metri: è la carretta dell'ultimo sbarco, risale al 7 luglio; dentro vediamo ancora stracci, bottiglie di plastica. Vicino alla plancia di comando c'è del tè arabo. In questa barca, maldestramente verniciata, bruciata dal sole, hanno viaggiato per molte ore più di 100 clandestini. Ora sono imprigionati al Centro di Permanenza Temporanea di Lamezia Terme. Non sanno di essere fortunati, i 100 ultimi arrivati, tra loro 10 donne e un bambino di 5 mesi: la loro vita, la loro speranza, è stata appesa per interminabili ore ad una semplice probabilità.

I fondali, nel Canale di Sicilia, superano in molti tratti i 1000 metri di profondità. Ad un chilometro sotto le onde, il mare è una lapide che non è possibile rimuovere: lì nessuna rete, nessun navigatore esperto, nessun bravo giornalista può giungere. Dieci sbarchi ogni anno, qui a Portopalo. Per ognuno di essi, forse, 10 sbarchi di cui nessuno ha notizia. Su 100 navi, forse, 70 sono ancora sotto quei fondali. E qui, a Portopalo, nessuno sembra avere voglia di rendersene conto. Se quei trecento corpi sono ancora lì, a 100 metri di profondità, vittime di una tragedia fantasma di cui tutti sapevano, chi mai recupererà gli altri 3000 cadaveri?
Fonte: Liberazione.it il 10-08-2003 - Categoria: Cronaca

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