Cantanti di serenate solo per passione

Cantanti di serenate solo per passione PORTOPALO - Mi votu e mi rivotu, suspirannu/ passu li notti interi senza sonnu. Ed il sonno - per loro - l'hanno perso volentieri, da anni, fidanzati acerbi e maturi, promessi sposi e sposi inseparabili, genitori pronubi e mamme trepidanti, “nordisti” incantati dal viaggio verso il Sole, e financo romantiche donne inglesi di stanza in Sicilia. Il prossimo “ingaggio” di Gabriele e Francesco - insieme «Duo Capo Passero», voce tuonante il primo, chitarra sensibile il secondo - sarà appunto nella villetta di una lady molto molto British che vuole svelare ai suoi ospiti il meglio dell'Isola. Gabriele e Ciccio, appunto (rispettivamente pescatore e vigile urbano nell'«altra» vita) che da trent'anni confezionano “corbeille” di struggenti serenate che odorano di canti popolari d'amore e di protesta: «Nun lu sapiti», «Chi voli diri amuri», «'A varcuzza bannera bannera» e solo se a gentile, insistente, invadente richiesta, «Ciuri Ciuri». «Meglio i nostri brani popolari, spesso anonimi - dice Francesco - prodotti di culture nordafricane e mediorientali. Anche se i nostri primi grandi amori si chiamano De Gregori, De Andrè, Guccini, i Beatles... Abbiamo cominciato con i loro pezzi ma non ci rappresentano tanto quanto le nostre tradizioni».
Trent'anni sotto ai balconi e mai una secchiata d'acqua.
«Al contrario, sempre reazioni commosse, entusiaste, finestre che si spalancano, sorrisi compiaciuti, battimani. Solo una volta, ci capitò di avere sbagliato balcone... Eravamo lì a spurtusarci il cervello alla ricerca dell'ennesima canzone che potesse fare colpo, niente. Finalmente qualcuno si decise ad aprire un'imposta: “Noo, dovete andare tre porte più avanti”. Ah, ecco, lo dicevamo...».
Gabriele è un uomo tutto d'un pezzo ma è assai più affinato di quanto lasci intendere e quando parla di musica, di spettacolo diventa un autentico saggio. Come il Lungo alias Ciccio, del resto.
«Lo facciamo di cuore senza mai crederci troppo - dice il chitarrista del Duo Capo Passero - Abbiamo sempre scartato l'idea del professionismo. E ci siamo sempre mossi a titolo gratuito, mai farsi pagare le passioni vere, sarebbe come ucciderle. Di offerte continuiamo ad averne e tante ma se si scivola nell'interesse, nelle scadenze, nell'affare insomma, s'annacqua tutto».
Di li biddizzi tò, vaju cuntimplannu/ mi passu di la notti 'nsino a gghionnu. Sempre e solo chitarra e voce, Gabriele?
«E di che altro ci sarebbe bisogno? Il canto è un demone che ti prende da dentro, o ce l'hai o non ce l'hai. E non sarà certo l'amplificazione a farti più grande e più bravo, basta andare in acustico, senza troppi belletti. Andiamo “in scena” con i nostri abiti di tutti i giorni, persino la barba un po' lunga se capita, è la nostra cultura a “spingerci” fin dove è il caso di farlo. La cultura e il vino, s'intende. Dopo un mezzo litro, io carburo a meraviglia. Ma detesto cantare per commissione o per far vedere quanto sono bravo: se non sono in vena, non esce niente. Viviamo a Portopalo da sempre ma abbiamo lavorato a Milano e in Canada. Una volta, a Toronto, ebbi la grande fortuna d'incontrare Rosa Balistreri, per me era un mito: mi ero formato con le sue canzoni, sapevo tutto o quasi di lei, della vitaccia degli inizi, dell'incontro con Dario Fo, della prima copertina del suo disco fatta da Guttuso. Lei si stupì di tanta devozione e mi raccontò un sacco d'altre cose, parlammo per ore. Ma non mi passò neanche per la testa di dirgli che, nel mio piccolo, cantavo anch'io. Che c'entrava, in quel momento? Tutto a tempo e a luogo. Per questo non abbiamo mai voluto andare oltre poche piccole ospitate in qualche emittente locale. La gente s'arrabbia, dice che siamo sprecati, che buttiamo via un talento vero ma il vero talento è restare come siamo. Manteniamo questa scelta perché non abbiamo mai ceduto alle ambizioni».
Pi ttia nun pozzu chiù arripusari, paci nun avi chiù, st'afflittu cori... Quanti «ingaggi» all'anno?
«Dipende, i ragazzi d'oggi mi sembra che abbiano la tendenza ai lunghi fidanzamenti quindi hai voglia - commenta Francesco - Di serenate se ne possono fare sei o sette al mese o magari una in un anno intero. Però facciamo un sacco di punti ai campeggi: i gitanti, gente del Nord specialmente, ci mandano a chiamare spesso per gustare la Sicilia della terra e del mare, si spellano le mani ad applaudire. Prima dei saluti, ci basta una bella cena con vino buono a volontà. Se fai queste cose a pagamento, diventi “finto”, a comando: le serenate sono spazi vitali che servono a respirare».
Lu voi sapiri quannu t'aja lassari?/Quannu l'amuri miu finisci e mori. E la famiglia, la vostra?
Francesco: «All'inizio, le mogli erano un po' ostili: e quando t'arricampi, e stai sempre fuori... Adesso sono loro a spingerci fuori di casa: “Ma vai a fare una serenata, và!”». Gabriele: «La verità è che 'i fimmini non sù mai cuntenti. O forse è solo che cambia il vento. Ieri, in barca, battuto dal vento di ponente, pensavo: e se ci cambiassimo il nome? Non più Duo Capo Passero ma “Aspettannu 'u ruvotu”, aspettando che cambi». U voi sapiri quannu...

Carmelita Celi
Fonte: LaSicilia.it il 29-07-2005 - Categoria: Cultura e spettacolo

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