Apologia dell’odio e della violenza

Esiste un pregiudizio positivo che gli italiani, o parte di loro, usano per incensar se stessi. «Italiani brava gente», è lo slogan. Purtroppo non è sempre così. Le azioni generose non sono mancate e non mancano, ma anche nella storia recente ci siamo macchiati di crimini e autoassolti chiudendo in questo modo fastidiose pratiche. Nella persecuzione ebraica e poi nei Balcani durante la seconda guerra mondiale gli italiani hanno commesso nefandezze. E l’«armadio della vergogna» scoperto chissà come - non è convincente del tutto la versione ufficiale - rivela le complicità dei fascisti di Salò durante le stragi naziste del 1944 e fa capire come, nel clima dell’Alleanza atlantica del dopoguerra, la ragion di Stato e di governo abbia avuto il sopravvento su ogni ragione di umanità e di giustizia.
Del resto basta osservare i fatti di oggi o di ieri nella loro nudità. La morte di un senegalese annegato il 14 agosto a Marina di Castagneto (Livorno) per portare in salvo un turista italiano che si è fatto vivo solo 15 giorni dopo con una lettera anonima inviata a un giornale. Il suo vile grazie. Un muratore marocchino caduto da un’impalcatura a Foligno, preso di peso dai suoi datori di lavoro che l’hanno creduto morto e che, per non avere grane, l’hanno caricato su un camion e gettato in un campo. Il marocchino era soltanto svenuto e ha raccontato quel che gli è successo.


Un muratore rumeno (un ingegnere) bruciato vivo a Gallarate dal suo padroncino con una tanica di benzina. Odio, disprezzo razzista. I pescatori che a Portopalo, vicino a Capo Passero, buttando le reti, le hanno viste riempirsi dei cadaveri del naufragio di un peschereccio maltese - 285 pakistani, indiani, cingalesi - e nel timore di recar danno ai guadagni della pesca li hanno ributtati in mare e non hanno aperto bocca. Un giovane dei centri sociali di Lucca pestato a sangue per 25 minuti in una via centrale e affollata, la notte di Ferragosto, da cinque coetanei autodefinitisi nazisti. La polizia e i carabinieri - le caserme, la prefettura, la questura sono a pochi passi - hanno impiegato quasi mezz’ora per intervenire. Non sono stati pochi i testimoni del pestaggio. Non hanno mosso un dito. Che modo è mai questo dove la violenza materiale e morale sono protagoniste, dove l’indifferenza di molti è giudicata normale? Anche per questo hanno fatto sobbalzare le invettive del presidente del Senato Pera che vorrebbe, pare di capire, la guerra santa contro l’Islam capitanata da lui e da Oriana Fallaci, a cavallo come la Madonna di Scicli. Il presidente del Senato deve possedere una mediocre cultura classica. Perché, se la Lega non mette il broncio, non fa un viaggetto in Sicilia alla ricerca dell’antica civiltà degli arabi dominatori? Basta che dia un’occhiata alla Favara (La sorgente), la villa del califfo di Sicilia, alla Zisa e alla Cuba, meraviglie di Palermo e anche ai resti di quell’antico passato rimasti nella Cattedrale. O basta che proprio a Lucca, la sua città, guardi in su, in cima alla chiesa di San Frediano, allo splendido falchetto proto-islamico scolpito nel IX secolo, come certificò Cesare Brandi, da un artista arabo arrivato in Toscana. Sulle ali del falchetto di bronzo incise una scritta: «In nome di Dio, benedizione di Dio». Perché ha lasciato esterrefatte le persone di buona volontà l’uscita del presidente del Senato? Ma perché si presume moderazione, non oltranzismo, dalla seconda carica dello Stato.

Osservi la carta geografica: la penisola sembra quasi un ponte verso l’Africa. Il mondo arabo non è soltanto Al Qaeda: dovere di chi ha alte responsabilità non è quello di scomunicare, di bombardare, di consentire acriticamente a guerre dissennate che violano l’articolo 11 della Costituzione. Suo dovere è piuttosto di avere rispetto per quella grande cultura, non fare apparire come pace una guerra, non mettere tutte le erbe in un fascio, saper distinguere, dialogare. tessere rapporti con «gli altri»: non sono pochi in quei ribollenti paesi a manifestare disaccordo con l’uso della violenza e ad aver bisogno di intelligenti interlocutori europei. Non è questa la politica? L’odio non si combatte con l’oltranzismo. Il terrorismo, qui da noi, è stato sconfitto, nonostante tutto, con la forza della democrazia.
Quel che ha colpito nell’intervista del presidente del Senato è anche l’appello alla solidarietà, all’azione comune dell’Occidente che, tra l’altro, se si eccettua l’Italia, non ha inviato truppe a rischiar la vita in questa guerra priva di ragioni. L’unità nazionale di nuovo auspicata, insomma. Ci risiamo. Con i garanti di turno. La parola «inciucio» è di origine onomatopeica e nasce dal verbo inciuciare: parlare sottovoce, sommessamente, spettegolare e di qui il sostantivo che significa pastrocchio, accordo improprio, intrigo.

Quali sono le motivazioni di questo costume? Le ragioni storiche? Il carattere nazionale? La mentalità degli italiani? Il loro atteggiamento verso la politica? L’apoliticismo settario analizzato da Gramsci e da Gobetti, il trasformismo trionfante avallato dal Croce nella sua «Storia d’Italia», lo stato di necessità preso in prestito quando serve per ripulirsi delle bassezze degli accordi sottobanco, il rigetto della morale e il suo rapporto con la corruzione, il cieco convincimento di troppi professionisti della politica di essere gli unici depositari della verità, spocchiosi e incuranti dell’opinione di quanti sono al di fuori del loro staff, anche quando vengono sconfitti?
Questo materno desiderio d’inciucio vale per l’Iraq e vale anche per gli improvvidi inviti fatti alla Festa dell’Unità. Se ne è parlato in queste pagine e a Genova. Solo un codicillo. Pier Luigi Bersani, emiliano solitamente coi piedi per terra, ha criticato l’Unità esprimendo la necessità di discutere con gli avversari. Anche con chi lo impedisce in assoluto, vien da dire, in Parlamento e nelle aule di giustizia? Dice Bersani che i suoi elettori devono poter parlare «con quelli con cui combattiamo in Parlamento. Se no il paese diventa un pollaio. Ognuno “porta il suo vino”. Proprio con quelli? I più compromessi, coloro che non hanno mai dimostrato rispetto e tolleranza, i test viventi di un governo senza regole in cui, in modo spudorato, il pubblico si mescola al privato? Sembra una resa, un incomprensibile cupio dissolvi. Gli elettori, che hanno una memoria d’elefante, non vogliono pasticci, desiderano soprattutto chiarezza.

di Corrado Stajano
Fonte: Unità.it il 03-09-2004 - Categoria: Cultura e spettacolo

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