Blogger e giornalisti

Blogger e giornalisti Claudio Messora esplora insieme a Carlo Vulpio, giornalista del Corriere della Sera, il rapporto tra il mondo del giornalismo tradizionale e quello dei blogger, e il futuro di entrambi.


articolo tratto dal VideoBlog di Claudio Messora

Claudio Messora: «Carlo Vulpio, giornalista professionista del Corriere delle Sera, con una storia molto particolare alle spalle. Conosce dall'interno i meccanismi dei grossi mainstream, come appunto il Corriere della Sera. Io sono stato oggetto, recentemente, di una campagna proprio da parte del Corriere della Sera del Giornale, della Repubblica, dei TG che non si occupano mai di niente ma quando devono screditare la Rete si impegnano molto. Ho realizzato parecchie inchieste di cui non si sono mai occupati, ma nel momento in cui c'è stata l'occasione di screditare un blogger, che forse viene vissuto come una zanzara fastidiosa, non hanno esitato a muoversi compatti. Come hai vissuto tu questo tipo di operazione? C'è veramente un controllo sui grossi media? Possono muoversi in maniera coesa come se ci fosse un ordine impartito dall'alto?»

Carlo Vulpio: «Adesso, questo caso specifico lo conosco appena, ma quello che mi sento di dire è che probabilmente la carta stampata reagisce nei confronti della Rete direi quasi per un istinto di sopravvivenza. A volte, quando è in ballo un prodotto della Rete, i giornali stampati sono diffidenti o in qualche modo nemici, soprattutto quando sulla Rete circolano alcune notizie, si fanno degli scoop. E' chiaro, la carta stampata è messa in difficoltà dall'esistenza stessa delle Rete.»

Claudio Messora: «Eppure ti posso garantire che ci sono tanti giornalisti della carta stampata che seguono gli articoli dei blog e che spesso cercano di interfacciarsi per carpire informazioni e redigere servizi basati sugli scoop che i blogger fanno.»

Carlo Vulpio: «Infatti, quello che tu dici completa e non contraddice quello che stavo dicendo prima. Cioè che le cose buone che vengono prodotte in Rete sono una fonte comoda, anche gratuita, alla quale attingere per poi magari confezionare anche dei servizi ben fatti sulla carta stampata. Ovviamente però quando delle cose vengono in evidenza sulla Rete, la carta stampata che oggi è un pò agonizzante, claudicante, che vive questa concorrenza con la Rete con grande difficoltà,  evidente che cerchi, nel momento in cui viene surclassata dalla Rete, di dire che la Rete è male, che non è affidabile. Ora, che delle cose poco affidabili circolino in Rete, è dire una banalità perché molte altre cose altrettanto poco affidabili, molte volte volutamente poco affidabili, circolano sui giornali.
Per rispondere alla tua domanda di prima, a volte c'è un controllo. Ovvero si orienta un giornale o una testata in una certa direzione, certe cose si raccontano e altre no. Magari poi vediamo nello specifico con qualche esempio. Altre volte invece, questo accade quasi per un riflesso condizionato. Cioè non c'è sempre un grande vecchio o un direttore, che dice andiamo in quella direzione, diciamo le cose in questo modo. Nel caso di molte cose che riguardano la Rete, spesso accade come un riflesso condizionato, ripeto, perché la Rete viene vissuta come un concorrente che mette a nudo i limiti dei giornali. Cioè si vive la Rete e i Blog come un prodotto più fresco, immediato, libero. I giornali invece tutto sono oggi, fuorché freschi, immediati e liberi. E allora la reazione è persino comprensibile, per quanto non condivisibile. E' chiaro che una testata, un mainstream, più è un grande giornale, più deve stare attento a ciò che pubblica. Questo viene fatto molte volte con buone intenzioni, molte altre volte con intenzioni poco buone. Non è un caso che, posso parlare anche per me, ho visto molte delle mie inchieste non trovare spazio sul mio giornale. Come è capitato a me, sarà capitato a decine, forse centinaia di colleghi giornalisti. Solo che io lo dico. Non solo oggi, perché magari sono in aspettativa, ma già da prima, l'ho sempre detto, ci sono i miei interventi scritti. Altri non lo dicono. Ma non sono solo io a dirlo. Voglio dire, non passi l'idea che c'è un eroe, pochi eroi, contro una categoria di infingardi. Tutt'altro. Esistono molti bravi giornalisti, soprattutto di piccoli giornali, giovani e molto bravi, che nessuno conosce e che purtroppo sono destinati a rimanere nell'ombra, perché appena cercano di fare il proprio lavoro come si deve, vengono, come si dice, uccisi da piccoli. Oggi i giornali avrebbero necessità di rinnovarsi con questa trasfusione di sangue fresco, dando la voce proprio a questi giornalisti più giovani, più liberi e più vogliosi di fare informazione. Sul perché i giornali poi non la facciano, sul perché... insomma... mi facciano scrivere sul rigassificatore di Agrigento fino ad un certo punto... Beh,  è evidente. Perché magari un argomento come quello del rigassificatore di Agrigento non trova il consenso delle multinazionali che lo costruiscono...»

Claudio Messora: «...che per vie traverse sono proprietarie dello stesso giornale...»

Carlo Vulpio: «...sono proprietarie, fanno la pubblicità, direi che è ovvio. Dico una ovvietà. Però questa ovvietà va detta, questa ovvietà va ribadita!»

Claudio Messora: «E soprattutto  è importante che la ribadisca, la dica una persona come te che la vive dall'interno e che non siano sempre i soliti detrattori, dietrologi italiani che magari si muovono sul web e che possono non avere il polso reale della situazione.»

Carlo Vulpio: «Guarda, qui c'è poco da essere detrattori... c'è solo un'operazione verità da fare, c'è solo da dire come stanno le cose. Anche gli imbecilli capirebbero come stanno le cose quindi non si sta gettando fango contro nessuno. Non è un mistero per nessuno che i quotidiani, le TV non gradiscano certe cose. Infatti oggi la nostra informazione è messa così: l'ultimo dato di FreedomHouse dice che siamo un paese ad informazione semilibera. Sai che consolazione essere un po' più avanti rispetto a quelli per nulla liberi. Un paese come il nostro non può accontentarsi di essere semi-libero. Nella classifica di FreedomHouse, fondata da Eleanor Roosvelt ed da altri, non solo da lei...»

Claudio Messora: «Quale futuro vedi per i blogger, l'informazione libera che passa attraverso la rete, visto che non hanno comunque uno statuto giuridico, non sono inquadrabili in nessun contesto normativo e magari a volte non hanno neanche una fonte di sostentamento?»

Carlo Vulpio: «Mah, guarda... se non chiudono, non imbavagliano, non legiferano in maniera tale da creare mille ostacoli ai blog e ai bloggers io vedo davvero un grande futuro perché poi, come nel giornalismo scritto degli inizi, alla fine questi diari di bordo, questi blog sono un lavoro di giornalismo. Cioè non  che uno è giornalista perché ha un tesserino che dice che egli è giornalista. Uno è giornalista perché ha imparato a trovare le notizie, a osservare i fatti e ha imparato a raccontarli scrivendo, montando un filmato, tutto qui!



Poi, con l'insegnamento, con la collaborazione di persone più esperte, può fare una specie di tirocinio, di vero e proprio artigianato, come avveniva nelle botteghe rinascimentali... questo è il lavoro del giornalista e del giornalismo! Un grande prodotto di grande artigianato! Ovviamente, animato da che cosa... come nei lavori ben fatti, del falegname, del tornitore, da una etica che senza stradire e strafare, l'etica di chi vuol far bene il proprio lavoro. Quindi ci sono dei principi da rispettare, per costruire un badile fatto bene, e ci sono dei principi da rispettare per tirar fuori, per raccontare con onestà intellettuale, non con obiettività - l'obiettività  una favola per i gonzi! Non esiste! - con onestà intellettuale, dichiarando anche da che parte si sta, qual è la propria chiave di interpretazione, persino la propria faziosità.»

Claudio Messora: «Infatti io quello che intendo per informazione libera che a volte da qualcuno, da uno sparuto gruppo mi viene contestato è proprio che informazione libera non significa libera da sé stessi o dalle proprie opinioni ma significa libera da un editore, cioè da un terzo che ti forza ad avere un'opinione, mentre l'onestà intellettuale  quello che sta alla base ovvero dichiarare sé stessi per quello che sono le proprie idee..».

Carlo Vulpio: «Appunto! Libera da qualunque forma di condizionamento: può essere un editore, può essere la pubblicità, può essere un padrino o un sottopancia politico, può essere l'economia, può essere persino... diciamo così... la seconda finalità che non sia quella di informare la gente. Può darsi che la seconda finalità di un giornalista sia quella di far passare con una forma di pubblicità occulta un certo prodotto, di preparare la propria scalata... non so... in un ente economico, in un partito politico... Tutto ciò rende serva l'informazione! L'informazione libera deve rispondere soltanto all'attività di chi la fa. E ovviamente deve tutti i giorni fare i conti con queste forme di condizionamento. Il giornalista libero non è quello che è libero perché ha fatto 10 articoli, 10 servizi, 100 servizi, 100 articoli che lo hanno fatto percepire come libero dal pubblico. E' quello che il giorno dopo riprende la sua battaglia per essere libero nuovamente. Non sei libero per quello che hai fatto, sei libero se ti impegni a fare bene quello che ancora devi fare.
E' questa la scommessa di tutti i giorni ed è anche il fascino di un lavoro del genere. E' ovvio che però... insomma, molte volte... anche il controllo viene esercitato non solo perché si devono tutelare degli interessi, supponiamo economici - facevamo prima l'esempio del rigassificatore come quello di Agrigento che si vuole fare proprio sulla valle dei Templi e proprio vicino al parco letterario e la casa di Pirandello... A me è capitato per esempio nei primi tempi quando si parlava di immigrazione che arrivassero queste decine di migliaia di persone in Italia. Ovviamente la prima reazione era molto... così... non solo di attenzione ma anche xenofoba, era di paura. Tutto quello che vogliamo... comprensibile per un fenomeno nuovo... ma insomma... bisognava stare bassi. Allora cosa succedeva: se ti capitava di parlarne, coma a me è capitato di parlarne addirittura con una studentessa dell'Università di Bologna che ha fatto una tesi su questo e io sono finito in questa tesi di laurea, come esempio virtuoso, voglio dire... Se tu ne parlavi come un fatto qualsiasi, senza avere il filtro del pregiudizio nei confronti del curdo, dell'albanese, dell'irakeno, del turco, del kosovaro che in quel momento veniva in Italia, beh, trovavi sempre o spesso un caporedattore che ti diceva: "Eh, ma forse qui...insomma dovremmo essere un po' più...". Cioè cercava di spostare magari l'asse del discorso sul problema dell'ordine pubblico. Cioè, il problema sociale immigrazione diventava un problema di ordine pubblico. Perché lo faceva? Mica perché prendeva i soldi o era ricattato, lo faceva perché poi... così poi mi si diceva quando io poi rifiutavo di correggere il tiro in questi articoli... mi facevano parlare, dopo il caporedattore, con il caporedattore centrale, con il vicedirettore, su fino al direttore. E' normale. Ma anche questo è una dialettica normale. Fin quando c'è questa dialettica va bene. Quando comincia a diventare un ordine va male!»

Claudio Messora: «Perché lo faceva?»

Carlo Vulpio: «Perché mi dicevano "sai, siamo un giornale edito a Milano, siamo in Lombardia, il nostro pubblico, i nostri lettori votano Lega, sono della Padania, sono del Nord, quindi dobbiamo cercare di dare una informazione sull'immigrazione che un po' si adegui alla domanda dei nostri lettori..." Cioè domanda di sicurezza, cioè di ordine pubblico. Quindi il problema dell'immigrazione, grande problema sociale, diventava immediatamente un problema criminale prima ancora di svelare problemi di natura criminale che pure si sono svelati con il tempo, non voglio stare a fare qui il demagogo, però capisci... sono tante le ragioni... Allora mantenere la schiena dritta e dire: "questo è quello che ho visto e che racconto. E questo resta!" è difficile anche in queste circostanze non soltanto quando c'è una ENEL che vuole fare a tutti i costi QUEL rigassificatore e magari cerca di fare in modo che tu NON scriva che il sindaco di Porto Empedocle, il territorio nel quale dovrebbe ricadere questo rigassificatore, è un dipendente dell'ENEL. Allora io non ce l'ho mica con il sindaco di Porto Empedocle che sarà uno dei piccoli ingranaggi di questa vicenda, però voglio dire... giornalisticamente, è o non è una notizia, che se il sindaco del posto in cui l'ENEL fa un rigasificatore è un dipendente dell'ENEL un cronista, un giornalista debba aguzzare la vista ancora di più? Domando. Chiaro, la mia domanda è retorica. E' tutto questo è ciò che sta oggi mettendo in discussione anche la qualità del giornalismo italiano, dell'informazione italiana... cioè dobbiamo capire che non si possono servire due padroni: o tu servi il lettore o servi l'azionista.»

Claudio Messora: «Però questo è un problema di difficilissima soluzione perché si potrebbe pensare che se per esempio un grosso quotidiano non avesse come controllore le lobbies e i poteri economici potrebbe essere più libero, ma abbiamo appena dimostrato che anche nel caso in cui gli editori fossero solo ed esclusivamente i lettori, il quotidiano che comunque dipende da questi lettori per il suo sostentamento, cercherebbe comunque sempre di non deluderli e quindi di andare sempre nel solco da loro desiderato. Allora questo quotidiano per sopravvivere, l'informazione per essere veramente libera, da chi deve trovare fonte di sostentamento?»

Carlo Vulpio: «Allora, questo  vero! Non ci sarà mai il paradiso terrestre del giornale totalmente puro, libero, e questo la storia del giornalismo lo conferma. Tuttavia vi sono dei paesi e vi sono dei periodi in cui è possibile avere l'informazione più libera possibile Ci sono altri momenti -  quello che sta vivendo l'Italia per esempio - in cui l'informazione è agonizzante, precipita. Allora, qual è il punto: tenere il più separate possibile la proprietà delle testate giornalistiche dalla direzione politica di queste testate. Perché non è la stessa cosa se tu sei il proprietario di una fabbrica di automobili e produci automobili o se tu sei il proprietario di un giornale ed editi un giornale. Non sono due cose uguali. Dal punto di vista industriale lo sono ma il contenuto del prodotto giornale, cioè l'informazione, è una merce affatto particolare, perché è anche un servizio. E' soprattutto un servizio. L'auto è un prodotto, un paio di scarpe sono un prodotto. L'informazione è sì un prodotto ma è anche un servizio e quindi è una merce molto particolare. Di conseguenza, deve essere un momento di separazione tra chi è proprietario di giornali, e di TV, e l'attività che i giornali fanno perché l'informazione è informazione pubblica anche quando a farla sono le testate private, anche quando la fa un blog, un blogger, anche quando la fa il giornalino della parrocchia, anche quando la fa il Corriere della Sera, anche quando la fa Mediaset, o il servizio pubblico RAI - noi diciamo servizio pubblico RAI per dire che è di proprietà pubblica, ma è servizio pubblico anche Mediaset perché l'informazione è pubblica per definizione, chiunque la faccia. E questo dimostra che l'informazione è un prodotto del tutto particolare che richiede attenzioni particolari. Invece le attenzioni particolari che riesce ad attrarre su di sé sono inconfessabili, vanno in tutt'altra direzione. Ritengo però che questo sia un errore, perché c'è miopia anche in un modo di fare l'editoria oggi così come viene fatta in Italia. Cioè si ritiene per esempio che, indipendentemente dal contenuto dei giornali, i giornali, tra gadgets, pubblicità, possano stare nei costi o addirittura guadagnare. Invece, proprio grazie anche alla concorrenza delle rete che, come dicevamo prima, propone prodotti di informazione più freschi, più veloci ma anche molte volte più approfonditi, quindi non c'è la contraddizione tra approfondimento e velocità, non è vero.»

Claudio Messora: «Si chiama sintesi.»

Carlo Vulpio: «Chiamiamola sintesi... Questa concorrenza mette a nudo un limite nei giornali e cioè che se tu giornale non contieni il prodotto che ti deve caratterizzare cioè i fatti, le notizie, nel breve e lungo periodo, non puoi poggiare le tue sorti neanche più sulla sola pubblicità perché la mancanza di notizie e di fatti deprezza il giornale, lo dequalifica, ed il giornale - lì sì vale la legge di mercato - viene acquistato sempre meno e se viene acquistato sempre meno diventa anche meno appetibile per l'inserzionista pubblicitario che pure vorrebbe condizionarlo al punto da farne una propria appendice. E questo è quello che sta succedendo oggi ai giornali. Guarda... dirò una cosa che farà inorridire: sai chi ha capito negli ultimi tempi questo dal punto di vista del proprio utile, non per una ragione di etica, di natura politica, morale... ma proprio da un punto di vista utilitaristico? L'ha capita lo squalo dell'informazione: Murdoch. Murdoch è stato quello che ha detto quello che avrebbero dovuto dire i giornalisti, che su questo spesso sono assenti, o i grandi direttori di grandi giornali e di grandi televisioni e cioè: io investo nei giornali nelle TV perché ritengo che oggi i giornali non possono che risalire dato che non contengono informazione. Cioè Murdoch dice che bisogna restituire l'informazione ai giornali affinché essi risollevino le proprie sorti... ma parlava di giornali di carta stampata, non parlava delle colpe della rete, parlava delle colpe dei giornali. E dicendo questo, secondo me, ha lanciato anche un altro messaggio significativo, cioè uno come Murdoch che investe sui giornali, che crede nei giornali, vuol dire che ha capito, e secondo me ha ragione, che i giornali fatti bene con la rete possono convivere, non moriranno perché li ucciderà la rete, potranno morire davvero soltanto se si suicidano.»

Claudio Messora: «Non a caso, skytg24 è uno dei pochi giornali che spesso pubblica degli interventi video dalla rete, me ne hanno già chiesti un paio, quindi...»

Carlo Vulpio: «Beh, quindi c'è una qualche verità in quello che dico, invece gli altri sembrano essere diventati allocatori di risorse pubblicitarie, sembrano essere preoccupati soltanto di accontentare i cosìddetti editori di riferimento. Per scrivere anche su grandi giornali un'inchiesta, per parlare di un fatto ma come si deve, senza fare sconti a nessuno, anche se magari fra costoro qualche volta c'è qualche azionista, bisogna fare un pellegrinaggio a piedi nudi fino alla Madonna di Medjugorie, per chi vuole andare all'estero o a Pompei, più vicino insomma. Madonne anche più prestigiose.»

Claudio Messora: «Tu hai vissuto sulla tua pelle questo meccanismo perverso dell'informazione controllata e che cosa è successo? Tu ti occupavi dello scandalo why not, ti occupavi di seguire come cronaca la telenovela che ha avuto come protagonista De Magistris. A un certo punto, credo che fosse Paolo Mieli, ti ha, per usare una terminologia giudiziaria, avocato l'inchiesta.»

Carlo Vulpio: «Si è successo semplicemente questo, una telefonata "non ci occupiamo più di questo", senza motivazione e via ma questo è stato solo l'ultimo avvenimento di una vicenda molto delicata, forse la più delicata inchiesta che in quel momento era in piedi nel nostro Paese, i cui strascichi stiamo vivendo ancora oggi. Ma non è stato l'unico episodio, cioè episodi come questi spesso sono all'ordine del giorno, esiste però per noi giornalisti un modo per difendersi: se una qualunque direzione, in questo caso non era la direzione Mieli, volesse importi di scrivere un servizio in un modo anziché in un altro, un giornalista può, sempre secondo le prerogative di legge che tutt'ora sono in vigore, che nessuno ha abrogato, ritirare la firma. Io una volta l'ho fatto, ho ritirato la firma, ho detto "non modifico questo articolo secondo i desiderata di nessuno, questo  il pezzo, se vi va bene lo pubblicate se no, poiché ne avete il potere, io ritiro la firma e voi lo pubblicate con una sigla qualunque, come pezzo impersonale della redazione per la quale in quel momento io scrivevo questo pezzo".
Cioè, voglio dire, ci sono anche le possibilità di non dire sempre di si. Il problema spesso oggi è che si dice di si, ma questo accade in tutte le redazioni di tutti i giornali, si dice di si anche quando nessuno te lo chiede, c'è quasi una coazione a ripetere, per cui il sì scatta ancora prima che venga fatta una richiesta in quel senso e questo la dice lunga sulla necessità, sull'esigenza che oggi c'è di avere autonomia di pensiero e un' indipendenza di giudizio, soprattutto tra i giornalisti. Perché questo essere yes man non nasce soltanto da un'imposizione e dobbiamo essere onesti, spesso i servi sono più sciocchi dei padroni e anche più pericolosi, quindi non è che nasce sempre da chi ha funzioni di comando, di gestione o di proprietà, spesso nasce proprio da chi invece dovrebbe rivendicare la libertà e l'autonomia come elemento caratteristico, elemento fondante del mestiere che fa. Che cos'è un giornalismo senza libertà, non è niente,  è come dire un giornalismo senza passione civile: non esiste. Quindi questo è un altro degli argomenti su cui riflettere, secondo me.»

Claudio Messora: «Tu hai avuto il coraggio di cambiare, hai avuto il coraggio di dire no, quali conseguenze hai pagato?»

Carlo Vulpio: «Guarda, io ho pagato le conseguenze che mi hanno tolto delle inchieste, non mi hanno pubblicato altri pezzi, potrei farne un elenco lungo in vent'anni di carriera, sarà capitato a tutti. Forse la differenza  è che io ed altri diciamo queste cose, altri ancora preferiscono non dirle, io ed altri non le accettiamo supinamente e magari non ci facciamo molti amici, ci rendiamo antipatici a colleghi, a direttori, forse ad azionisti, forse a politici e altri invece ritengono che la via giusta sia un'altra. Guarda, il problema è tutto di scelte, io tra il non risultare antipatico e il rimanere libero, scelgo di rimanere libero. Non potrei fare questa chiacchierata qui con te, in questo modo, se qualcuno da qualche parte, in qualsiasi momento, potesse alzarsi e potesse dire: "Vulpio, ti ricordi che, come quel tuo collega - che esiste e del quale non farò il nome ed è anche molto noto -, ti ho fatto fare una pagina intera sul rigassificatore di Agrigento, dicendo il contrario delle cose reali, delle cose così come tu le hai raccontate.»

Claudio Messora: «Chi si adegua è ricattabile.»

Carlo Vulpio: «Ma ìi, nessuno può dire di me, come di altri, questo. Poi è chiaro, questo significa magari non fare carriera, significa magari non avere aumenti di stipendio. Ma viviamo lo stesso.»

Claudio Messora: «Credo che ci sia una forma di compensazione, perché poi il tuo pubblico, la gente, quando sente che tu hai la schiena dritta, forse l'editore non ti viene dietro ma il pubblico si.
Allora puoi aprirti un blog, puoi fare informazione indipendente, puoi seguire la tua strada. Quale consiglio ti senti di dare ai tuoi colleghi giornalisti, che magari ancora non hanno fatto questa scelta?»

Carlo Vulpio: «Ma guarda, io non do consigli a nessuno, perché chi è già giornalista sa qual'è la strada. Quindi, che io mi metta a dare consigli non serve: non faccio né il predicatore né devo fare il messia con nessuno, sanno qual'è la retta via, che la imbrocchino, se ritengono. Invece un consiglio lo do ai più giovani, i tanti ragazzi che vogliono fare questo mestiere, che è sempre più difficile fare, dico loro che la prima cosa che devono fare , appunto, è avere uno sviscerato, smodato, estremistico amore per la libertà. Poi tutto si può superare, le congiunture negative, la crisi della carta stampata, quella di internet, il mercato, tutto si può superare ma non si può superare la perdita della libertà o il disamoramento verso la libertà, questo non porta da nessuna parte. Voglio dire un'altra cosa: se io fossi l'editore di un giornale o il direttore di un giornale, non mi circonderei di mezze calzette. Oggi nei giornali, come nei partiti una volta, si selezionano i quadri intermedi, i più analfabeti, i mediocri, salvo qualche eccezione. Questo perché chi seleziona i quadri non vuole brillantezza, diversità, autonomia, perché sono tutte merci pericolose, anche per la propria leadership e quindi uno cerca di conservare più a lungo se stesso, scegliendo i quadri intermedi che siano dei veri e propri signor sì. Ma questo dovunque, nei partiti la cooptazione era questo ed è qualcosa di rovinosissimo in qualsiasi ambito, ma nei giornali diventa immediatamente rovinosissima una politica di questo tipo, perché non porta avanti i migliori. Il giornale di per sé, come ogni mezzo d'informazione,  è il luogo della vivacità, della discussione, è un luogo anche della discussione accesa, è un luogo in cui ogni giorno vi deve essere una scarica di adrenalina positiva, è un luogo che deve fare ringiovanire, non invecchiare. Invece adesso sono sempre più camposanti di zombie.»

Claudio Messora: «Carlo, un'ultima domanda. Secondo te il giornalismo, in Italia, per come si è evoluto, per come si è venuto configurando, ha una via d'uscita oppure no? E se si, qual'è?»

Carlo Vulpio: «Io spero sempre. Sono ottimista! Una via d'uscita ce l'avrà per forza di cose. Il primo motivo è che quando economicamente non avrà dove sbattere la testa, quando avranno esaurito tutti i gadget, tutta l'overdose di pubblicità regresso, si ricomincerà da capo. Si comincerà a dire, "cosa manca in questo giornale?, mancano le notizie, proviamo un po' a metterle le notizie, magari ce lo comprano anche senza pubblicità il giornale in edicola con un euro". I lettori lo farebbero, secondo me, lo farebbero senz'altro. Poi c'è questa novità della Rete e anche questa pluralità attraverso i canali televisivi satellitari. I blog e la Rete accelereranno questo processo. Io non sono pessimista, ritengo che però vivremo ancora dei momenti di imbavagliamento, di chiusura, di difficoltà, però non si può invertire il corso del fiume.»

Claudio Messora: «Ma i blog sostituiranno i giornali o i giornali integreranno i blog?»

Carlo Vulpio: «Secondo me, se le cose vanno secondo il discorso che stiamo facendo, i blog e i giornali vivranno un'idillio. I blog avranno un'ulteriore esplosione, saranno seguitissimi e diventeranno essi stessi dei giornali telematici e i giornali vivranno lo stesso, ci sarà spazio per tutti. Anzi, non può che migliorare, perché questo sarebbe uno dei veri trionfi, quando ad esempio si parla del mercato, che si regge sulla concorrenza e non sul monopolio, perché parlano di mercato e di rivoluzione liberale, guarda caso, sempre i monopolisti o gli oligopolisti. Ecco, questo, davvero virtuosamente, consentirà come pluralità di fonti espressive, di soggetti in campo, proprio una spinta in avanti, innescherà un circolo vizioso, sono sicuro che accadrà così.»

Claudio Messora: «Una domanda un po' scomoda, che direttore è Paolo Mieli?»

Carlo Vulpio: «Paolo Mieli? Ti sorprenderò con questa risposta. E' il più intelligente dei direttori che io abbia avuto.»

( Trascrizione a cura di Maria Cristina Crisci, Simone Cupellini, Luca V )

Video Intervista Prima Parte






Video Intervista Seconda Parte







Video Intervista Terza Parte




Fonte: YouTube - Il Canale di Byoblu il 11-05-2009 - Categoria: Persone e blog

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